LA NARRAZIONE DELLA PROPRIA STORIA COME STRUMENTO DI CURA ALL’INTERNO DEL PERCORSO DI PSICOTERAPIA

All’interno di ogni persona c’è una storia che è frutto di scelte, relazioni, emozioni, eventi che la rendono unica.

La scrittrice Karen Blixen disse:

“Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi”.

IN CHE MODO LA NARRAZIONE DELLA PROPRIA STORIA PUO’ DIVENTARE STRUMENTO DI CURA?

La persona che entra nello studio, si siede, respira, può concedersi il tempo di “stare”, può scegliere il silenzio, può scegliere di raccontare. Per ogni silenzio, per ogni parola, lo psicologo ascolta rispettoso dei tempi e curioso di quella storia così unica che sta per ascoltare e a cui partecipa attivamente.

Lo psicologo ascolta e partecipa accompagnando la persona a narrare la propria storia e ad attribuire un significato alle scelte fatte, alle emozioni vissute, ai ricordi annebbiati, alle parole non dette.

Nella nostra vita non abbiamo la possibilità di tornare indietro nel tempo ma abbiamo la preziosa possibilità di ripercorrere le nostre esperienze attraverso il nostro racconto e l’ascolto attivo e partecipe dell’altro.

Narrare la propria storia non è un semplice resoconto dei fatti accaduti ma è un atto creativo di costruzione, modellamento, rappresentazione: narrare significa dare origine ad un racconto nuovo che, in quanto condiviso, crea un confronto all’interno del quale il terapeuta si muove per accompagnare la persona ad aprire a nuove prospettive, scrivere un nuovo copione di vita riaprendo il finale.

Sono le storie che le persone raccontano – e si raccontano – della propria vita a tracciare il significato che loro stesse attribuiscono alle esperienze vissute.

Durante il percorso psicologico il terapeuta è un compagno di viaggio che accompagna la persona nella ri-costruzione della propria storia di vita, verso una maggiore comprensione del proprio passato e delle implicazioni sul presente, attribuendo nuovi significati alle esperienze vissute.

IL VISSUTO DI SOLITUDINE NELL’ESPERIENZA DELL’ATTACCO DI PANICO

L’attacco di panico assume la forma di un disturbo che porta le persone a limitare le proprie esperienze nel tentativo di sentirsi al sicuro.

In questo articolo propongo una lettura dell’attacco di panico che va a toccare nel profondo il VISSUTO DI SOLITUDINE di cui è intrisa l’esperienza di vita delle persone che soffrono di questo disturbo. Questa lettura nasce dalla teoria dello psicoterapeuta Gianni Francesetti che ha rintracciato nei racconti delle persone che hanno sofferto di attacchi di panico un vissuto comune legato all’essersi “sentiti soli di fronte alle sfide del mondo”.

 

L’INCONTRO CON L’ATTACCO DI PANICO

Spesso il primo attacco di panico sopraggiunge improvvisamente in una vita che apparentemente procede nella norma (è ricorrente la frase:“è stato un fulmine a cel sereno”). La persona, sconvolta da questa esperienza, solitamente si reca in Pronto Soccorso o dal proprio medico poiché la sintomatologia correlata all’attacco di panico è vissuta prevalentemente in termini corporei (palpitazioni, sudorazione, tremori, difficoltà respiratorie, “fame d’aria”, dolore al petto, nausea). Nel momento in cui gli accertamenti medici non rilevano problematiche fisiche, la sensazione può essere quella di non sentirsi compresi e riconosciuti nella propria sofferenza.  A questo punto è esperienza comune quella di iniziare a mettere in atto comportamenti volti ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero esporre al rischio di un nuovo attacco di panico.

Questo è il vissuto maggiormente comune con cui le persone arrivano in terapia, spesso dopo anni di evitamenti, talvolta profondamente invalidanti e limitanti. 

 

DAL SINTOMO AL SUO SIGNIFICATO: COSA CI COMUNICA L’ATTACCO DI PANICO?

Le storie narrate dalle persone che soffrono di attacchi di panico sono varie ma ciò che le accomuna è il BISOGNO DI SENTIRE L’ALTRO come APPOGGIO e PROTEZIONE senza che questo bisogno sia mai stato ascoltato ed accolto.  Le persone che sperimentano attacchi di panico spesso non sono stati riconosciuti nel loro bisogno di accudimento, raccontano di essere stati “bravi bambini” e poi “adulti di riferimento per gli altri”, come se fino a quel momento non ci fosse stato lo spazio per esprimere le proprie fatiche, le proprie vulnerabilità, il PROPRIO BISOGNO DI ESSERE ACCOMPAGNATI.

Quando in terapia si apre la possibilità di entrare in contatto con queste parti di sé, le narrazioni che emergono sono quelle di “dare voce ad una parte di sé che non si credeva esistesse” e questo è possibile grazie alla relazione di fiducia che si può creare nello spazio e nel tempo della psicoterapia.

 

IN CHE MODO LA PSICOTERAPIA PUO’ APRIRE POSSIBILITA’ DI CAMBIAMENTO?

In psicoterapia paziente e terapeuta lavorano insieme per CREARE TRAIETTORIE DI SENSO che permettono alla persona di COMPRENDERE IL SIGNIFICATO DELL’ATTACCO DI PANICO ALL’INTERNO DELLA PROPRIA STORIA DI VITA al fine di TROVARE NUOVI MODI per COMUNICARE IL PROPRIO BISOGNO DI SENTIRE L’ALTRO VICINO

E’ innanzitutto fondamentale creare uno spazio e un tempo per ascoltare e raccontare quel vissuto fino a quel momento taciuto. Il vissuto di solitudine che genera il timore di affrontare il mondo va accolto nel suo significato all’interno della storia di vita di quella persona: in genere il panico è collegabile a cambiamenti che assumono grande significato da un punto di vista identitario.

Le persone spesso esprimono in terapia il desiderio di “tornare come prima” e questo è molto comprensibile alla luce della sofferenza che l’attacco di panico porta con sé ma è importante riconoscere l’importanza di agire gradualmente. E’ essenziale creare un TERRENO SICURO  affinché sia possibile RIATTIVARE IL PROPRIO MOVIMENTO: IN PSICOTERAPIA SI LAVORA INSIEME NON NON PER IMPARARE A CAMMINARE SULLE ACQUE MA PER COSTRUIRE UN TERRENO SICURO SUL QUALE POGGAIRE I PIEDI.

Un primo terreno sicuro può essere l’appartenenza alla relazione terapeutica che è il lo strumento centrale e luogo di trasformazione di quei vissuti di solitudine.

IL SINTOMO PSICOLOGICO E’ COME IL FUOCO: DA’ VOCE ALLA SOFFERENZA

Il sintomo – per quanto invalidante e fonte di sofferenza – è un importante alleato del processo terapeutico, può dare preziose informazioni per innescare il cambiamento.

Proverò in questo articolo a dare una risposta ad alcune delle possibili domande:

Perchè compare un sintomo psicologico? Qual è l’utilità del sintomo? In che modo un percorso di psicoterapia può essere utile?

 

PERCHE’ COMPARE UN SINTOMO PSICOLOGICO?

Il sintomo parla, a volte ci urla disperato, e ci racconta del tentativo ultimo di stare in un equilibrio, dello sforzo che la persona sta mettendo in atto per riuscire a mantenersi in adattamento con il proprio mondo.

Il sintomo ci permette di non cadere ma ci fa soffrire. Un percorso psicologico può aiutare a comprendere il significato che sta dietro al sintomo per creare le condizioni affinché la persona possa trovare serenamente il proprio modo di stare in equilibrio.

 

QUAL E’ L’UTILITA’ DEL SINTOMO PSICOLOGICO?

Ognuno di noi potendo scegliere desidererebbe non avere sintomi: vivere in un costante stato di ansia può essere invalidante, sperimentare un vissuto di depressione è fonte di profonda sofferenza, affrontare le giornate con il timore di un attacco di panico può compromettere le relazioni. Gli esempi sono infiniti, così come sono infiniti i modi con cui una persona può manifestare la propria sofferenza psicologica.

Dunque, a fronte di tutta la sofferenza che il sintomo porta con sé, in che modo può essere utile?

IL SINTOMO E’ IL “CAMPANELLO D’ALLARME” CHE CI AVVISA CHE C’E’ QUALCOSA DENTRO DI NOI CHE SI E’ “AGGROVIGLIATO”, UN GROVIGLIO CHE NON CI PERMETTE DI VIVERE SERENAMENTE.

Per quanto assurdo possa sembrare è proprio il sintomo a darci la possibilità di costruire un’alternativa verso uno stato di benessere. Come quando, avvicinandoci al fuoco, proviamo dolore ed è grazie a quella spiacevole sensazione che agiamo per ridurre il nostro malessere, in questo caso allontanandoci dalla fonte di calore. Se non provassimo dolore correremmo il rischio di bruciarci senza rendercene conto.

Ed è proprio quello che accade anche a livello psicologico: in assenza di una sintomatologia la nostra sofferenza rimarrebbe senza voce, intrappolata dentro di noi senza la possibilità di essere elaborata e sciolta.

 

IN CHE MODO UN PERCORSO DI PSICOTERAPIA PUO’ ESSERE UTILE?

Il sintomo ha un preciso significato all’interno della storia di vita di ogni persona ed è per questo che merita di essere espresso e raccontato all’interno di una relazione che sia in grado di contenere il dolore e la sofferenza.

Il linguaggio dei sintomi psicologici è simbolico, come quello dei sogni, ed è possibile interpretarlo grazie alla possibilità di rispecchiarsi in un’altra persona attenta e capace di comprenderne il significato.

La domanda che guida il lavoro terapeutico in alcune sue fasi è: “questo sintomo cosa permette di fare a questa persona?”. Durante i colloqui si costruiscono possibilità alternative affinché la persona non abbia bisogno del sintomo per sentirsi vista, compresa, riconosciuta all’interno del proprio mondo relazionale.

Dunque quando avvertite una sofferenza psicologica che vivete come profonda e difficile da gestire provate a dirvi:

“Questo può essere un messaggio che merita un suo tempo e un suo spazio per essere compreso e per tradursi in cambiamento verso uno stato di benessere”.

LA PSICOTERAPIA COSTRUTTIVISTA E’ L’INCONTRO TRA DUE PERSONE CHE LAVORANO INSIEME PER COSTRUIRE SGUARDI DIFFERENTI SU DI SE’, SUGLI ALTRI E SUL MONDO

Se siete alla ricerca di uno psicoterapeuta è probabile che sentirete parlare di diversi tipi di orientamenti di psicoterapia e di diversi approcci al trattamento. Di fronte a questo vasto panorama è possibile che vi sentiate confusi e vi chiediate:

COME POSSO CAPIRE QUAL E’ L’APPROCCIO GIUSTO PER ME?

Per quanto potrebbe essere rassicurante l’idea che ci sia “l’approccio giusto”, sono fermamente convinta che non esista un approccio che possa essere considerato il più valido in assoluto. Ritengo piuttosto che ESISTANO RELAZIONI TERAPEUTICHE CHE POSSONO ESSERE UTILI A FAVORIRE UN CAMBIAMENTO VERSO UNO STATO DI BENESSERE.

Non potendo dunque fornire una risposta genericamente valida per tutti, cercherò di fare maggiore chiarezza descrivendo l’approccio che utilizzo nella mia pratica professionale: LA PSICOTERAPIA COSTRUTTIVISTA. In questo articolo racconterò cos’è la psicoterapia costruttivista, cosa si intende per sofferenza psicologica e in cosa consiste un percorso di psicoterapia secondo l’orientamento costruttivista.

 

COS’E’ LA PSICOTERAPIA COSTRUTTIVISTA?

Il tratto distintivo dell’approccio costruttivista è racchiuso nella parola stessa che definisce la caratteristica “costruttrice” della mente umana. Secondo il costruttivismo le persone sono costruttori di significati: ognuno di noi, sulla base delle proprie esperienze, attribuisce agli eventi significati e letture personali.

LA LETTURA CHE NOI FACCIAMO DI NOI STESSI E DEGLI ALTRI DIPENDE DAL NOSTRO SGUARDO. La nostra è una delle possibili “versioni del mondo”: ogni situazione, evento, relazione può essere vissuta, compresa e narrata in differenti modi, tutti legittimi e tutti meritevoli di uno spazio di ascolto e condivisione.

Questo concetto base della teoria costruttivista può essere riassunto nelle illuminanti parole della scrittrice Alda Merini:

 “Anche se la finestra è la stessa, non tutti quelli che vi si affacciano vedono le stesse cose: la veduta dipende dallo sguardo”.

 

COSA SI INTENDE PER SOFFERENZA PSICOLOGICA SECONDO IL COSTRUTTIVISMO?

E’ esperienza comune che, in alcuni momenti della nostra vita, si senta di perdere l’equilibrio che fino a poco prima ci permetteva di comprendere il mondo e di muoverci nelle nostre relazioni: ciò che ci faceva sentire al sicuro diventa una minaccia, non sappiamo dove collocarci all’interno delle relazioni e come muoverci in un mondo che sembra sfuggire dalla nostra possibilità di comprenderlo. 

Quando ciò accade è possibile che ci si senta in ansia, persi, disorientati, bloccati, senza speranza, privi di certezze, affaticati, smarriti o con un generale senso di malessere difficile da tradurre in parole. SONO VAI I MODI IN CUI LE PERSONE MANIFESTANO LA PROPRIA  SOFFERENZA, TUTTI LEGITTIMI E MERITEVOLI DI UNO SPAZIO PER ESSERE ESPRESSI, ACCOLTI E COMPRESI.

L’origine del disagio viene rintracciato nelle modalità con le quali la persona costruisce e affronta un particolare momento della sua vita ed è proprio lavorando sul modo con cui la persona sta di fronte agli eventi che è possibile costruire un’alternativa allo stato di malessere.

 

IN COSA CONSISTE UN PERCORSO DI PSICOTERAPIA SECONDO L’ORIENTAMENTO COSTRUTTIVISTA?

Lo scopo della psicoterapia costruttivista è quello di consentire alla persona di COMPRENDERE IL SENSO DEL PROPRIO MALESSERE E COSTRUIRE ALTERNATIVE AL VISSUTO DI SOFFERENZA.

Durante i colloqui si da un senso alle difficoltà e ai vissuti dolorosi: paziente e terapeuta, lavorando insieme “a quattro mani”, esplorano alternative, co-costruiscono nuove possibilità di scelta favorendo l’attivazione di un movimento esplorativo. E’ così che terapeuta e paziente individuano ALTERNATIVE ALLO STATO DI MALESSERE E STARE BENE DIVENTA UN’ALTERNATIVA PERCORRIBILE.

Il principale strumento di lavoro è la stessa RELAZIONE TERAPEUTICA  che FAVORISCE NUOVE ESPERIENZE RELAZIONALI. Il processo terapeutico è orientato a  produrre una mobilità che permetta di aprire alternative verso il futuro. 

Ciò che la persona vive durante il percorso di psicoterapia, è l’esperienza di concedersi la POSSIBILITA’ DI COSTRUIRE UNO SGUARDO DIFFERENTE SU DI SE’, SUGLI ALTRI E SUL MONDO, pur affacciandosi a quella che può sembrare la stessa finestra di prima.